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Chi va piano, va sano e va lontano.
Da una notizia sul giornale: le ferrovie riducono la velocità dei treni, causa il caldo che dilata i binari.
Per carità, la sicurezza prima di tutto. Nulla da eccepire, ci mancherebbe. Penso però che già non sono dei fulmini, anzi, sembra un trasporto da terzo mondo a dirla tutta. Sia per le velocità raggiunte su tratte assolutamente lineari, che per la pulizia e la decenza delle carrozze.
Ma se riducono ancora la velocità, il rischio è che si fermino del tutto.
Alcune tratte di uso quotidiano (non esaustive), (dal sito di Trenitalia). Per non parlare dei treni dei pendolari. I tempi si commentano da soli.
Torino-Milano: 1h 55 minuti, 2 h
Torino-Cuneo: 2h e 10 minuti
Torino-Ventimiglia: 4h e 40 minuti, 5 h
Torino-Genova: 2 h

Manani corre, corre nel cortile polveroso di casa e gioca a nascondino tra il fienile e la stalla. Due mucche e tanta puzza. Nelle giornate d’estate, con la sua bicicletta azzurra e pochi freni, impara sulla discesa vicino a casa. Un giorno, quando oramai si sente grande, con la bicicletta nera della zia, dove i piedi arrivano a malapena sui pedali e i freni sono a bacchetta, sbatte contro il muro e si rompe il braccio destro. Col braccio ingessato appeso al collo, che pesa, gioca lungo il ruscello a buttare rametti e foglie e vedere chi arriva prima al ponte. Corre lungo il ruscello, nei giorni di estate, quando l'aria è ferma e la luce abbagliante e i rumori sono lontani e tutto sembra rarefatto e solo le voci di bimbi rompono il cri-cri dei grilli. Manani vuole toccare l’acqua fresca, l’acqua che corre e i pesci e non si stanca a giocare fino a sera lungo quel ruscello. Manani ha paura quando il dottore dice che il braccio è guarito e bisogna togliere il gesso con il seghetto.
Manani sta sul balcone di casa a guardare la trebbiatrice rumorosa che produce balle di fieno quadrate. Guarda le cinghie che si muovono veloci, guarda l’aria dove volano perenni frammenti di paglia e gli uomini coraggiosi che lavorano sulla macchina infernale e che urlano per farsi sentire. Solo la sera la macchina si spegne e tutto torna tranquillo.
Manani si rompe l’altro braccio, una sera d’estate, salendo sul bidone vicino alla chiesa. Gli cresce pure il bernoccolo in testa. Il bernoccolo della matematica dice la zia.
Avevo letto la notizia di sfuggita, un piccolo trafiletto sul giornale. Lì per lì non ci ho fatto caso. Ma oggi mi è tornata alla mente, quando, passando con l’autobus per venire al lavoro, ho visto grandi occhi, grandi tette che mi proponevano telefonini, macchine, scene di vita felice. Giorno dopo giorno vedo quegli occhi, quei mari favolosi. Quelle immagini mi catapultano in un mondo di sogni, dove tutti sono sempre felici e sorridenti. E basta poco perché anche io possa essere dei loro.
La decisione è del sindaco Gilberto Kassb (San Paolo, Brasile), eletto nel 2006. Obiettivo: eliminare l'inquinamento visivo. Se davvero ci riesce è una grande conquista.
Guardo fuori e vedo cartelloni sempre più grandi. Non posso distogliere lo sguardo, dovunque mi giro e dovunque si posano i miei occhi c’è sempre la stessa immagine. Con scritte sempre più grandi. Il cartellone è inversamente proporzionale al suo messaggio. Contengono messaggi sempre più piccoli. Una sorta di lavaggio del cervello, tanto sono invasivi sui muri delle città, sulle fiancate di autobus, su impalcature di restauro immobili. Dovunque ti giri vedi gli stessi occhi, gli stessi oggetti. Non hai scampo. Ti fanno vedere un’auto in un paesaggio da favola e credi di avere tutto dalla vita, basta solo possederla. Ti vendono l’idea, il sogno che la tua vita può cambiare se hai. Ti vendono l’idea che puoi essere felice se possiedi, che puoi stare bene e ti manca poco: il loro prodotto.
Immagino allora una città senza cartelloni. Dove incontri persone, paesaggio vero, volti veri e non stampati. Dove puoi girare, dove puoi alzare lo sguardo per guardare un cielo, un paesaggio, un palazzo, senza sentirti assediato dall’idea che qualcuno vuole entrare nella tua mente. Immagino una città in cui vedo alberi, vedo bambini giocare felici.
Dove riscoprire il gusto di osservare senza sentirmi osservato.

Ho sempre avuto seri problemi con la tecnologia domestica. Quella di uso assolutamente comune, la tecnologia che serve a fare funzionare il televisore, il telecomando, il telefonino, la lavatrice.
Riesce a mettermi una ansia pazzesca, farmi sentire assolutamente incapace di capire, mi provoca e lascia un intenso senso di frustrazione. E' una battaglia persa. La tecnologia mi angoscia forse sempre di più.
Ho comprato un televisore per mia mamma. Piccola ricerca di mercato e poi ne ho preso uno di marca comune. Fino a qui tutto bene, era più che altro un lavoro manuale: box moving trasportare lo scatolone dal negozio fino a casa. Un lavoro di muscoli e pertanto assolto con fatica ma intanto concluso. Da quel momento ho cominciato a sudare freddo. Istruzioni cartacee in italiano ma non sono riuscito a cambiare il menù televisivo dal finnico all'italiano, sintonizzarmi sulle reti RAI se non dopo un'ora di trafficaggio col telecomando. In ogni caso, una volta trovata la stazione, non sono riuscito a codificarla sui tasti giusti. L'unica cosa che dovevo fare era trovare la stazione e salvare la configurazione. Risultato zero e frustrazione massima. Oggi ci riprovo, altre due ore perse immagino. Che desolazione. Altre funzioni sono troppo complesse e ardue per la mia comprensione, per le mie scarse attidtudini alla tecnologia.
Mi piace tuffarmi nelle onde, lasciarmi travolgere. Le più grandi arrivano e ti rigirano, e per un attimo non sai più dove sta il sopra e il sotto, la terra e il cielo, la spiaggia o il mare aperto. E poi ancora, farmi trascinare a spiaggia galleggiando, come un sughero.
Con tanto impegno e migliorando di volta in volta la tecnica, con baby branzino abbiamo costruito castelli di sabbia. Castelli che cadevano alla prima onda, o sotto i piedi dei bagnanti incuranti del nostro lavoro e cura. Mi accorgo di quanti castelli di sabbia costruisco, castelli fragili costruiti nella testa. Castelli senza principesse, castelli di sabbia dove basta un refolo di vento per farli crollare. Ho scavato gallerie e buchi nella sabbia. Il mare infinito, immenso, e un buco nella sabbia lo può contenere tutto. Per sempre. Il mare dei pensieri che vanno e vengono e non si fermano. Il mare arriva, riempie, e quando si ritirano le onde il buco nella sabbia assorbe. Pronto per una nuova onda.
Il marocchino vende abiti leggeri di tanti colori alle signore sulla spiaggia. Tutti i giorni sistema il suo banchetto sulla spiaggia prendendo a prestito tavole da un rimessaggio di barche. Tornerà in Marocco a settembre, però ora è qui, con il suo sorriso grande, che parte dallo sguardo, e la sua calma e le sue grandi mani. I suoi vestiti sono belli, le signore li provano soddisfatte e si sentono più belle improvvisando piccole passerelle sulla spiaggia. Ha la licenza ma quando vede la guardia costiera perlustrare la spiaggia smonta tutto in mezzo minuto, mette i vestiti nelle borse di plastica e cambia spiaggia.