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La foto del post precedente è stata fatta all'acquario di Genova. Ci sono andato tempo fa con baby branzino e nostri amici. Mi piaceva l'atteggiamento di stupore dei bambini. Lì, incollati al vetro.
Amo fare fotografie. Discuto sempre molto di foto con G. e altri colleghi in ufficio. Loro questa foto l'hanno giudicata "una foto normale", non particolarmente ispirata. Il loro ragionamento di fondo è che "chiunque fosse stato lì, chiunque fossero i bambini" avrebbe fatto la stessa identica foto. Non era una critica alla foto, tecnicamente bella e riuscita, ma al suo "senso". Non essendo particolarmente originale, dal loro punto di vista, risultava banale. Questo aspetto della foto (che non riguarda la mia, ma è un discorso generale, di come e quando una foto "viene considerata bella") mi e ci ha fatto riflettere. Abbiamo discusso a lungo su questo aspetto. Credo esista in quasi ogni famiglia italiana: la classica fotografia in piazza S. Marco, con un bambino, i genitori sorridenti e i piccioni attorno, uno sulla mano del padre. Eppure ogni famiglia, mentre fissa quell'istante comune in una fotografia, è attraversata da un turbine di sentimenti unico e speciale. Come quel momento a Genova.
Poi abbiamo voluto stampare la foto. La foto è bella a "video" ma non rende altrettanto bene su carta. E' difficilissimo riprodurre sulla carta i colori che vediamo sul monitor. Quel "verde-azzurro-luce d'acqua" non siamo riusciti a ottenerlo. Qualcosa si perdeva in luminosità e nei colori. Non abbiamo ottenuto un risultato soddisfacente neppure tormentando il fotografo con decine di tarature specifiche dei colori e non siamo mai riusciti a riprodurre la luce e l'insieme della foto.
Siamo simili, ma mai uguali. Siamo speciali. E anche quando la nostra vita ci appare banale, replicabile, rintracciabile in milioni di altre vite... ecco, ci sbagliamo.
Non si possono riprodurre i colori dell'Acquario. Non si possono riprodurre i colori della nostra vita, anche quando appare tanto comune.
[un grazie particolare e speciale a Laura, che ha ispirato questo post]
Buon Weekend a Tutti
mani che vogliono prendere,
dita che vogliono toccare,
sguardi curiosi che seguono, incantati

[foto branzino]
Ogni petalo un sorriso.
per fare primavera.

[foto branzino]
Ma cosa me ne frega che ieri sei uscita alle 17 e sei arrivata a casa alle 1820, che oggi se bolli alle 9 devi uscire di nuovo alle 17 e allora vorresti magari dormire in ufficio così sei pronta domani mattina per bollare alle 8, che il tuo collega è morto dopo il trapianto di reni e che nella settimana di pasqua forse vai a farti tre giorni di vancanza in toscana, che sono tre anni che non andavi in vacanza e ieri sera eri stanca morta, e che il ginocchio fa ancora male nonostante la caduta, cosa me ne frega che il gatto ieri si è sentito poco bene e la casa ora è tutta in disordine e il collega ha il cuore malato, e che non sai cosa fare domenica e che hai dimenticato le chiavi di casa in pizzeria, che...
Potevi non urlare al telefono, tanto ti sentiva lo stesso anche se era distante. Conversazione ascoltata involontariamente sul pulman venendo al lavoro stamattina, meno male che il tragitto è stato breve.
Non ho mai amato il bricolage. Sopratutto quello domestico. Ma Ikea non vende mobili. Vende istruzioni per l'uso, istruzioni di montaggio per farti sentire per un momento il re dei mobilieri. Tutto è descritto perfettamente, con tanto di indice del contenuto e figure passo passo per il montaggio. Ti vende l'idea che, se segui le istruzioni, puoi essere un vero mobiliere, come se avessi fatto l'accademia del mobile.
Apro la scatola, conto i pezzi, li sistemo per terra e preparo gli attrezzi. Controllo. C'è tutto. Nonostante il mio impegno, la mia cura il mobile resta un pò sgangherato. Mi accorgo che non basta seguire le istruzioni passo passo e fare gli incastri giusti. Non tutto è così lineare. Non basta il metodo e le istruzioni per l'uso per restare soddisfatti. Qualche incastro non sei riuscito a farlo funzionare a dovere e senti la sottile inquietudine di non aver seguito bene le istruzioni. Ma non erano le istruzioni, l'esecuzione è stata approssimativa.
Penso alla vita. Alla mia vita. Alla voglia e alla necessità di costruire qualcosa. Non ho ricevuto le istruzioni per l'uso. Un modello da seguire. Sfoglio pagine e non ritrovo modelli certi, devo insomma improvvisare. Non posso neanche procedere per imitazione. E mi accorgo anche lì di quanto, a volte, è sgangherata la mia vita. Mi resta la delusione di qualcosa non andata come volevo, di qualcosa di incompiuto. O forse non avrei saputo fare diversamente. Ripasso da Ikea, ma so che non si vendono queste istruzioni.
Un'amica mi dice che vuole passare del tempo in Bosnia, per aiutare bambini. Rinuncia ad un viaggio a Londra. Sta lontana qualche settimana dai suoi affetti qui. Dietro c'è la voglia di dare un senso alla vita. Ecco, basta questo. Senza altre parole, mi sento felice. Felice di sapere che esistono persone che cercano di dare un senso profondo alla propria vita.
Ho un balcone lato cortile, riparato e anche un pò in disordine. Ci sono fiori, vasi e ciarpame vario. In un vaso di fiori un merlo ha fatto il suo nido. L'ho visto ieri ! Dentro ci sono 3 ovetti azzurri. Stamattina il merlo non c'era, mentre ieri sera si, al buio covava. Che meraviglia ! non avevo mai avuto un "nido" sul balcone. Ha deciso di fare casa sul mio balcone.
Un'amica mi passa il cd di Allevi. Joy. Non conosco l'artista. Non mi intendo di musica, ascolto di tutto ma il jazz mi ha sempre un pò annoiato. Lo ascolto e ne resto affascinato. Mi mette allegria. Voglia di primavera. Come quella che sta sbocciando adesso. Passo tra alberi in fiore, alberi dai fiori bianchi, i primi raggi di sole caldo mi arrivano sul viso e mi abbacinano. Socchiudo un pò gli occhi, per vedere meglio. Con la musica nelle orecchie cammino e sorrido. Cammino leggero e felice.
Buon weekend a Tutti.
Lo incontro per il corridoio, al mattino. Cammina un pò curvo. Il mio amico V. di lui dice che ha le spalle curve perchè porta il peso del mondo. Io, più terra terra, penso che è l'abitudine, ormai somatizzata e manifestata nel portamento, al suo inchinarsi e mettersi in ossequio rispetto ai manager superiori. Mentre si cammina ci si scambia il saluto di rito, un ciao. Mi sorride, con un sorriso che sa di sarcastico scemo. Porta due sacchetti, uno per mano. Box moving, penso io.
Dopo il saluto, qualche passo insieme e in silenzio, e poi mi dice semplicemente "per non dare la mano a nessuno."
C'era sempre una colonna, un angolo di casa, un albero o un cespuglio per nascondersi. C'era sempre un punto lontano nel quale andare per non farsi trovare. Con orecchi tesi a sentire rumore di passi vicini o lontani, con piccoli sguardi cercavo il momento esatto per uscire. Ci voleva coraggio e anche un pò di rischio a sporgersi per uscire. E dopo, valutato distanze, difficoltà del tragitto da fare, in una frazione di secondo dovevo decidere. Perduto l'attimo avrei perso. Sapevo che potevo contare solo sulle mie gambe, sui miei polmoni, per arrivare alla base e gridare libero.
Ci vuole coraggio per restare in silenzio e aspettare. Non ho voglia oggi di giocare a nascondino. Resto lì, con i miei pensieri. Pensieri che non hanno fretta di uscire. Hanno la loro velocità, la loro direzione. Non c'è una meta da raggiungere. In silenzio.
Verso casa
Da un punto lontano si torna alla casa.
Quando ci sorprende un temporale lontano
e c'è il solo pensiero di un fuoco
presto acceso.
Non abbiamo altra strada che il tempo.
Andare e tornare
anche se la luce s'attenua
e poco per volta giunge il colore della notte.
[Marco Goldin-L'abitudine della luce]

[foto branzino]

[foto branzino]